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Calabria, la guerra sbagliata: fondi alla difesa mentre negli ospedali si muore

Calabria, la guerra sbagliata: fondi alla difesa mentre negli ospedali si muore

C'è un tempo per le strategie e un tempo per le priorità.

E oggi, per la Calabria, non è il tempo dei giochi di equilibrio geopolitico, ma quello delle scelte concrete che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini.
In una fase storica segnata da tensioni internazionali e scenari globali complessi, è comprensibile che il tema della difesa entri nel dibattito pubblico. Tuttavia, appare quantomeno discutibile che una regione come la Calabria - che ogni anno destina oltre 360 milioni di euro alla mobilità sanitaria, costringendo migliaia di cittadini a curarsi fuori dai propri confini - scelga di orientare una parte delle risorse europee verso il comparto della difesa.
Si parla di circa 15 milioni di euro: fondi che, per loro natura, sono destinati alle politiche di coesione, cioè a ridurre le disuguaglianze territoriali, a rafforzare i servizi essenziali e a sostenere sviluppo e occupazione, soprattutto nelle aree più fragili del Paese. In questo quadro, la sanità rappresenta non solo un diritto fondamentale, ma anche una leva strategica di crescita e dignità sociale.
La questione, dunque, non è ideologica ma profondamente istituzionale. Il governo regionale guidato da Roberto Occhiuto è chiamato a operare scelte coerenti con i bisogni reali del territorio e dei cittadini calabresi non a rispondere a diktat romani. E tra questi, il più urgente resta il rafforzamento del sistema sanitario: ospedali efficienti, tecnologie moderne, personale qualificato e una rete di assistenza capace di rispondere con tempestività e competenza.
Destinare risorse alla difesa mentre persistono criticità strutturali nella sanità regionale rischia di generare un disallineamento tra indirizzo politico e interesse pubblico. Perché la vera "sicurezza" dei cittadini, in Calabria, passa prima di tutto dalla tutela della salute. Alla fine, ogni scelta pubblica racconta una visione. E oggi i calabresi non chiedono strategie lontane, ma risposte vicine. Non chiedono scenari, ma cure. Non chiedono priorità astratte, ma diritti concreti. La sfida più urgente non si combatte ai confini: si combatte nei reparti, nelle corsie, nelle attese troppo lunghe. Ed è lì che una regione misura davvero la propria capacità di prendersi cura dei suoi cittadini.

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